poesie dal profondo
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Manifesto dello spoeta
Tutti i poeti nascono per fare altri mestieri
e alcuni ci riescono.
Fanno la scuola per ragionieri;
vanno a bottega da barbieri;
praticano da avvocati
vendono kebab
e quant’altro.
Diventano poeti per sbaglio.
Per un incidente ridicolo
per un sassolino che sentono nella scarpa
per un bicchiere di vino a stomaco vuoto
per la sensualità di una donna
(soprattutto per quest’ultima).
Poi cominciano a essere TESTIMONI
di eventi insignificanti
che loro credono
poetici:
un uomo grasso squittisce con uno starnuto;
una vecchia puttana gioca a Tetris sul telefonino;
un uomo di cent’anni racconta al bar la sua giovinezza;
un cane passeggia con la stessa smorfia del suo padrone;
la sera che cala e resta una bella luce
sulla quale si stagliano le ombre lunghe dei passanti.
Queste immagini così povere e fragili
nelle loro menti tormentate
diventano raptus di bellezza
che essi incastrano in gabbie di parole,
anzi di versi,
per ammirarle per sempre
e mostrarle agli amici.
Insomma a scrivere poesie
non ci vuole niente,
solo un po’ di buon umore.
Ma alcuni non sanno fare neanche quello
e nonostante le raccomandazioni degli amici
abbandonano il loro mestiere
e s’improvvisano spoeti.
Tutto è cambiato (o forse no)
Di mattina mi alzavo presto. Andavo con Zu Lillo e suo nipote, stretti in tre sul sedile davanti della Lapa. Era inverno. Ci riscaldavamo passandoci una sigaretta, mentre in cielo smetteva la notte. Facevamo i traslochi per quelli che volevano spendere poco. Ci caricavamo gli armadi per undici piani di scale e facevamo più presto dei montacarichi tischi-toschi. Quelli, diceva Zu Lillo, ogni tanto si grippano. Lavoravamo duro. Parlavamo poco, perché nessuno c’aveva niente da dire. Zu Lillo era stato in prigione e gli avevano insegnato così. Ci pagavano cash. Sempre di più di quello che era stabilito, perché eravamo veloci; forti come leoni. Il compenso veniva diviso equamente: metà Zu Lillo, l’altra metà io e il nipote. Era equo, perché io ero immigrato. Questo naturalmente fu molto prima che mi facessero sucare i babbaluci alla Kalsa, quando fui battezzato Palermitano, versione minore dell’italiano. È strano comunque che mi venga in mente ora quel periodo di solitudine. Tutto è cambiato. Adesso per prendere il cash devo cercare un bancomat. Ma la solitudine ogni tanto torna e mi fa sentire il freddo dell’inverno nero; mi spezza la schiena come il carico di un armadio; mi lascia a terra, morto.
Ultima conversazione
Ti ho detto tutto quello che non volevo dirti,
mi hai risposto soltanto con parole che non volevo sentire.
Dimmi quale è il segreto nel tuo cassetto:
io ti aprirò un baule.
Per il resto non ho paura di niente,
solo di rimanere inchiodato al tuo sguardo
e seccare al sole.
Convincimento
(Micro-piéce. Una strada, un vecchio e un giovane. Inizia il giovane)
Quattro chili di patate
C’ha manciari una settimana
Ma anche io ho il mio orgoglio,
non mi ci metto a rubare vespini
megghiu crepari sazio, figlio mio
e poi non ho l’abilità, la furberia
E' questione di convincimento, pure un cugghiuni lo sa rùmpiri un vetro
e come si fa?
Si fa così. Si prende un mattone, anzi
un pietrone, un balatuni, si copre con
uno straccio, come quello che Zizza
ci lava le scale, lo straccio te lo tieni in tasca,
e deve essere asciutto. Ci lasci sono un angolo
fuori al mattone e quello fa il vetro in mille pezzi, con poco rumore.
Se suona l’allarme ci scippi la centralina,
il bloccasterzo: col piede di porco (te lo sei caricato in una sporta),
facendo leva sulla parte alta del cruscotto.
Per accendere ti porti la chiave passepartout
Tiè! Chista cca.
(Il vecchio gli alluga una chiave)
E poi, che ci faccio con la macchina, dove la porto?
La porti a me, figlio mio. Te la levo io dalle mani.
Lei? Se la prenderebbe? Una macchina rubata?
Un sacrificio, per aiutarti. E ti do cento euri.
Accussì picca?
Facciamo centocinquanta. E mi rovino.
Mi ci viene una camicia nuova.
E la panza piena...
E questi quattro chili di patate?
Ormai che l’hai comprati, dalli a me e
tieni ‘sto ferro invece e stu balatuni.
(Il vecchio dà al giovane una pacca sulle spalle. Il giovane se ne va. Il vecchio raccoglie la saliva e sputa per terra)
Lettera ad Hari
Amico Hari, vieni a Palermo.
Qui ci sono:
Impiegati regionali provinciali comunali stipendiati garantiti parassiti; disoccupati mezzi occupati, mezzi assistiti; posteggiatori abusivi; ambulanti scassacugghiuna; mafiosi noti e ignoti; grandi professionisti incompetenti della legge della medicina della cultura; imprenditori senza idee; magistrati distratti; giornalisti analfabeti; artisti plagiari; studenti apatici; giovani delusi; famiglie ipocrite; preti pagani; tifosi traditi; politici collusi; eroi morti.
Bella gente.
Tu sei solo povero, amico Hari.
Ci sarà posto anche per te.