poesie dal profondo
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Parola semplice
Una sola parola vorrei dirti
ma mi muore fra le labbra
mi si incàva nei polmoni
recedendo con il fiato,
inconsistente soffio che incamero
per viadotti bronchiali
e si trattiene quello spasmo
che doveva avere luogo,
così, a ritroso, l’impulso torna al cervello,
gelida massa grigia semiliquefatta,
che
irrigidendosi in un impeto nervoso,
quella parola una volta
l’ha pensata.
Preferisco perderti
Meglio perderti adesso
che ho tanto tempo
davanti a me.
A meno che
non mi stramazzi un fulmine
ma ciò non avrebbe senso,
(eppure queste cose avvengono).
Non mi dispiace perderti ora
e trovare consolazione
nell’abbraccio della nostalgia
o nelle carezze di un’altra donna;
che non saranno come le tue
ma saranno pur carezze
quindi non da buttare via.
A perdere ci sono abituato.
Ho iniziato con cose piccole:
un numero di telefono; un mazzo di chiavi;
una cravatta; un cellulare.
Ho continuato col passaporto,
il posto di lavoro, la salute e le amicizie.
Adesso mi tocca perdere anche te:
è la stessa sensazione,
solo che è infinitamente più complicato.
Certe volte si ritrovano
le cose che si perdono,
ma io preferisco perderti per sempre
perché la tua presenza è rovinosa
e la tua assenza è terribile.
Ma fra le due preferisco la seconda
che mi permette di ricordare
e di tenerti nei miei sogni.
Vorrei convincerti a restare,
ma siccome prima o poi te ne andrai
non aver timore di farlo subito.
Perché una volta persa te
non ho più niente da perdere
e continuerò a vivere
raschiando i bassifondi
dove, non si sa mai,
potrei pure trovare qualcosa.
La lingua che uso
La lingua che uso
per queste poesie a sperdere
non è la tua
e non è neanche la mia,
amore caro
la mia lingua l’ho dimenticata
e adesso ne ho un’altra
che tu non conosci
e sentendomi parlare
non mi capiresti
nella nostra lingua
parlavamo d’amore,
avevamo parole in comune
e usarle ci faceva piacere
ma adesso quella è solo
la tua
lingua
che per me
è la lingua dell’abbandono,
fatta di parole del passato
che gridano nel buio,
e di verbi che mi stringono forte
come filo spinato
quella che parlo ora
anzi balbetto
è una nuova lingua
e quella vecchia,
quella tua
che prima era anche mia,
non la uso più
questa qui l’ho imparata per strada
sembra inventata da poco
talmente è divertente;
è piena di dolcezza
perché è la lingua del sollievo
è l’idioma di un letto caldo
e di una camicia pulita
la lingua vecchia
non la uso più
preferisco la nuova,
piena di parole di nostalgia
e di verbi del ricordo,
che mi stringono forte
come facevi tu.
Gagan
Gagan,
carissimo,
so quello che hai passato:
a sette anni hai visto tuo padre
picchiato con il legno nero
dagli sbirri
in quel merdacazzo di Belgio;
a nove anni
hai sentito tuo zio
in camera, la notte,
stuprare tua sorella,
o forse non era neanche tua sorella.
A dodici
un uomo è morto davanti a te;
aveva sgarrato con i pusher
di Piazza Garraffello,
dove tu firriavi tutto il giorno
con una bicicross rubata.
Ti ricordi?
Ora hai quindici anni,
Gagan,
sei carissimo,
però
quel portafogli,
che hai rubato con la sgriciata,
nella folla di via S. Agostino,
era mio.
Il portiere di notte
Conoscevo uno che era portiere di notte. Per lui la notte era giorno e il giorno, era pure giorno. Dormiva poco e male. Mangiava di fretta, alle tre del mattino, e con gran sensi di colpa.
Aveva allucinazioni talvolta, che gli causavano grandi difficoltà. In solitudine faceva piani molto ambiziosi per il proprio futuro, al limite del delirio, ma al mattino sembravano ridicoli. Salutava tutti i clienti con rispetto, ma essi non si ricordavano mai la sua faccia. Per passare il tempo si collegava a una chat di altri portieri di notte: una compagnia monotona, purtroppo.
Una notte credette che l’albergo fosse popolato da vampiri. Aveva paura per la sua incolumità, ma si fece coraggio. Entrò in tutte le camere dei clienti. Si servì del passepartout, in dotazione. Li fece fuori tutti, trafiggendoli nel cuore. Recuperò una certa tranquillità, ma perse il lavoro.
Adesso è in una casa di matti. La notte dorme come un sasso. Il giorno ha cattivi pensieri. Crede di impazzire lì dentro. Non si sa quanto ci starà. Vorrebbe uscire fuori, e avere un lavoro normale.