poesie dal profondo
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Morte all’ipermercato
L’ipermercato è un cimitero
C’est là que je veux crever
Sarebbe una morte eclatante!
Ucciso da un’arma da fuoco
Tra i ripiani di assorbenti in offerta
A bocconi in mezzo alle confezioni famiglia maxi-risparmio
Tra lo struscio metallico di carrelli che cozzano l’uno contro l’altro, in panico
Tra lo sgomento di cassiere impettite
Tra acquirenti mummificati
Tra commessi che si chiederebbero chi sistemerà gli scaffali divelti;
davanti al manager che, slacciandosi la cravatta, direbbe: “porcazzozza”.
E le indagini appurerebbero che ero un tipo sospetto
Innanzitutto: immigrato
(la cronaca: “Cadavere di uno slavo da Auchan: la polizia brancola nel buio”)
poi si saprebbe subito che non avevo un mutuo,
che non ho mai immatricolato un’auto,
che non ho pensioni, indennità, sinecure,
solo un modesto conto in banca
che lascerò intestato a te;
(ti vedresti piovere un gruzzolo dal cielo
recapitato con la lettera di un notaio
nelle fangose vie di Šuto Orizari)
Poi chiuderebbero il caso
Pronti per l’apertura del sabato mattina
Il clamore si spegnerenne tra i computi di casse
Che fagocitano ziliardi di euro
E, per sempre, io, freddo, nella tomba
Con un buco rosso nel cuore
e in tasca, nel mio funebre vestito,
quella maledetta carta punti
che non riuscivo mai a completare.
Rap
A Piazza Marina gira uno con gli occhi spiritati, le guance rosse, ben rasato, con una giacca a quadri consunta e una camicia di flanella a quadri attaccata fino all’ultimo bottone, anche se ci sono trenta gradi, e non è mai sudato. Qualunque cosa tu stia facendo lui si avvicina e ti comincia a parlare a scatti, ma senza sosta, come fosse un rap.
Io non sono un uomo deliquente/ malfamato/ non ho fatto niente/ soltanto del bene/ e sono stato carcerato/ condannato/ disgraziato/ mi hanno fatto uscire/ ero innocente/ mondocane/ ma questa è giustizia/ dico io/ sono stato artificiere/ soldato/ nell’esercito/ poi congedato/ congedo illimitato/ tu mi vedi/ come sono/ una persona perbene/ non sono un santo/ ma non sono pazzo/ sono sposato/ maritato/ mia moglie/ brava donna/ tiene la casa/ la pulisce/ non è stata mai schedata/ non è di quelle di strada/ è mezza diplomata/ una gran signora/ ora è in cucina/ a cucinare/ mi aspetta/ abbiamo un figlio malato/ in ospitale/ (ha stato)/ c’ha la febbre/ che era stato al convitto/ per studiare/ chiuso là/ ed ora è studiato/ ma è malato/ è a letto/ e se lo chiedo/ e perché ne ho bisogno/ che ti pare che sono deliquente?/ non è che avresti dei soldi/ perché devo compragli il latte/…/ma me ne servono assai...
L'uomo che voleva uccidere Berlusconi
La sera, fino a notte fonda, P. girava con la Lapa a tre ruote a raccogliere cartoni e ferrovecchi. Faceva il giro dei furgoni compattatori, ma li precedeva; prima che loro arrivassero lui si caricava la roba e quando diventava tanta la legava di sghimbescio che ad ogni staffa tutto sobbalzava e sembrava crollare come un castello di carte. All’alba la portava da Mimmo a Borgo Nuovo, che gli faceva un prezzo onesto, poi tornava a casa e mentre si coricava si svegliavano i suoi figli.
P. era sovrappeso e per entrare nella lapa aveva scardinato gli sportellini, così riusciva a tenere una coscia fuori. Nell’angolo del vetro, a bloccare la visuale, teneva un adesivo di Forza Italia, con i colori ingialliti, e uno di Padre Pio. D’estate se la passava male perché non c’erano tanti ferri, ché la gente è in vacanza. D’inverno se la passava pure male, perché con la pioggia trovava i cartoni ammolliti, che non gli servivano a niente e poi gli entrava l’acqua dentro, di lato, nella Lapa, ogni volta che pioveva e tirava il vento.
In rari momenti, girando di notte, la città era quieta e bella, e lui sognava d’incontrare una femmina bona come quella dei cartelloni pubblicitari e farsela aggratis. Altre volte gli prendeva lo sconforto e borbottava: “ddu curnutu di Berlusconi, l’ammazzassi”.