poesie dal profondo
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Pietro S. fu contento quanto lo presero per l’apprendistato. Gli dissero: il tuo compito – perora – è compilare necrologi. Tutte i grandi giornalisti iniziano con la gavetta. Non rifiutò.
Pietro era bravo. Aveva il dono della sintesi. In quatto righe raccontava una vita. Il suo segreto: misurava gli aggettivi. Se i parenti dei defunti parlavano di “straziante dolore”, lui scriveva “intenso sconforto”; se gli dicevano “vuoto incolmabile”, lui traduceva “sentita mancanza”.
Alla fine tutti erano contenti. Anche il direttore, che gli aumentò lo stipendio, e gli disse: sei irrimpiazzabile, come scrivi dei morti tu, nessuno.
Passarono trent’anni. Pietro S. non diventò mai giornalista, o forse in un certo senso lo è sempre stato. Comunque ora è morto. Sul giornale ha lasciato un riquadro bianco: l’unico necrologio che non ha mai voluto scrivere è stato il suo.
