poesie dal profondo
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Mi hai legato con lacci piccoli
Mi hai legato con lacci piccoli, innocui a prima vista. Mi hai fatto sentire libero quando già ti ero schiavo. Mi hai sussurrato una frase magica ed è diventata un incantesimo. Mi hai sottratto il tempo, gli amici, il denaro. Non mi hai detto mai di “no” e non mi hai detto mai di “si”. Mi hai chiesto “se parto, seguimi”, ma poi mi hai fatto andare da solo. Da qualche parte, in una lingua che ho dovuto imparare per te, c’era scritto che sei il mio destino, che non potevo rifiutarti niente, che solo la follia mi poteva tenere separato da te; anche che se fu ugualmente follia seguire quell’invito diabolico. Adesso mi rimane un pugno di sabbia che scorre tra le dita, la rabbia gridata in un sacchetto, e il vortice delle paranoie che mi riporta indietro a quel preciso instante in cui mi hai guardato negli occhi e hai detto "silenzio", con un dito. Avevo promesso di non scrivere mai niente su di te e con questa prosa merdosa rompo la promessa. Che io sia dannato.
Rigurgito poetico
Questa pagina vuota mi strozza, amore
Non è perfetta quiete
Ma iattura insensata
Di un cursore timido
Comunque lo sai
Da quando è successo
Quello che è successo
Rigurgito la mia ispirazione solo
A voce
Nei piagnistei telefonici
Quando chiamo sempre da un numero diverso
Cosi non mi blocchi
E almeno mi dici, pronto
O mi dici, ciao
E fai finta di ascoltarmi
Mentre io divento lirico
Poi chiudi
E ritorni alla tua vita folgorante
E io
Nel mio lentissimo buio
pieno di pagine bianche
Preferisco perderti
Meglio perderti adesso
che ho tanto tempo
davanti a me.
A meno che
non mi stramazzi un fulmine
ma ciò non avrebbe senso,
(eppure queste cose avvengono).
Non mi dispiace perderti ora
e trovare consolazione
nell’abbraccio della nostalgia
o nelle carezze di un’altra donna;
che non saranno come le tue
ma saranno pur carezze
quindi non da buttare via.
A perdere ci sono abituato.
Ho iniziato con cose piccole:
un numero di telefono; un mazzo di chiavi;
una cravatta; un cellulare.
Ho continuato col passaporto,
il posto di lavoro, la salute e le amicizie.
Adesso mi tocca perdere anche te:
è la stessa sensazione,
solo che è infinitamente più complicato.
Certe volte si ritrovano
le cose che si perdono,
ma io preferisco perderti per sempre
perché la tua presenza è rovinosa
e la tua assenza è terribile.
Ma fra le due preferisco la seconda
che mi permette di ricordare
e di tenerti nei miei sogni.
Vorrei convincerti a restare,
ma siccome prima o poi te ne andrai
non aver timore di farlo subito.
Perché una volta persa te
non ho più niente da perdere
e continuerò a vivere
raschiando i bassifondi
dove, non si sa mai,
potrei pure trovare qualcosa.
La lingua che uso
La lingua che uso
per queste poesie a sperdere
non è la tua
e non è neanche la mia,
amore caro
la mia lingua l’ho dimenticata
e adesso ne ho un’altra
che tu non conosci
e sentendomi parlare
non mi capiresti
nella nostra lingua
parlavamo d’amore,
avevamo parole in comune
e usarle ci faceva piacere
ma adesso quella è solo
la tua
lingua
che per me
è la lingua dell’abbandono,
fatta di parole del passato
che gridano nel buio,
e di verbi che mi stringono forte
come filo spinato
quella che parlo ora
anzi balbetto
è una nuova lingua
e quella vecchia,
quella tua
che prima era anche mia,
non la uso più
questa qui l’ho imparata per strada
sembra inventata da poco
talmente è divertente;
è piena di dolcezza
perché è la lingua del sollievo
è l’idioma di un letto caldo
e di una camicia pulita
la lingua vecchia
non la uso più
preferisco la nuova,
piena di parole di nostalgia
e di verbi del ricordo,
che mi stringono forte
come facevi tu.
Tutto è cambiato (o forse no)
Di mattina mi alzavo presto. Andavo con Zu Lillo e suo nipote, stretti in tre sul sedile davanti della Lapa. Era inverno. Ci riscaldavamo passandoci una sigaretta, mentre in cielo smetteva la notte. Facevamo i traslochi per quelli che volevano spendere poco. Ci caricavamo gli armadi per undici piani di scale e facevamo più presto dei montacarichi tischi-toschi. Quelli, diceva Zu Lillo, ogni tanto si grippano. Lavoravamo duro. Parlavamo poco, perché nessuno c’aveva niente da dire. Zu Lillo era stato in prigione e gli avevano insegnato così. Ci pagavano cash. Sempre di più di quello che era stabilito, perché eravamo veloci; forti come leoni. Il compenso veniva diviso equamente: metà Zu Lillo, l’altra metà io e il nipote. Era equo, perché io ero immigrato. Questo naturalmente fu molto prima che mi facessero sucare i babbaluci alla Kalsa, quando fui battezzato Palermitano, versione minore dell’italiano. È strano comunque che mi venga in mente ora quel periodo di solitudine. Tutto è cambiato. Adesso per prendere il cash devo cercare un bancomat. Ma la solitudine ogni tanto torna e mi fa sentire il freddo dell’inverno nero; mi spezza la schiena come il carico di un armadio; mi lascia a terra, morto.
Innamorato terminale
L’aveva incontrata e rifiutato di dimenticarla.
Ora era troppo tardi,
l’amore gli aveva fatto cancrena.