poesie dal profondo
visitato *loading* volte
Rap
A Piazza Marina gira uno con gli occhi spiritati, le guance rosse, ben rasato, con una giacca a quadri consunta e una camicia di flanella a quadri attaccata fino all’ultimo bottone, anche se ci sono trenta gradi, e non è mai sudato. Qualunque cosa tu stia facendo lui si avvicina e ti comincia a parlare a scatti, ma senza sosta, come fosse un rap.
Io non sono un uomo deliquente/ malfamato/ non ho fatto niente/ soltanto del bene/ e sono stato carcerato/ condannato/ disgraziato/ mi hanno fatto uscire/ ero innocente/ mondocane/ ma questa è giustizia/ dico io/ sono stato artificiere/ soldato/ nell’esercito/ poi congedato/ congedo illimitato/ tu mi vedi/ come sono/ una persona perbene/ non sono un santo/ ma non sono pazzo/ sono sposato/ maritato/ mia moglie/ brava donna/ tiene la casa/ la pulisce/ non è stata mai schedata/ non è di quelle di strada/ è mezza diplomata/ una gran signora/ ora è in cucina/ a cucinare/ mi aspetta/ abbiamo un figlio malato/ in ospitale/ (ha stato)/ c’ha la febbre/ che era stato al convitto/ per studiare/ chiuso là/ ed ora è studiato/ ma è malato/ è a letto/ e se lo chiedo/ e perché ne ho bisogno/ che ti pare che sono deliquente?/ non è che avresti dei soldi/ perché devo compragli il latte/…/ma me ne servono assai...
Rigurgito poetico
Questa pagina vuota mi strozza, amore
Non è perfetta quiete
Ma iattura insensata
Di un cursore timido
Comunque lo sai
Da quando è successo
Quello che è successo
Rigurgito la mia ispirazione solo
A voce
Nei piagnistei telefonici
Quando chiamo sempre da un numero diverso
Cosi non mi blocchi
E almeno mi dici, pronto
O mi dici, ciao
E fai finta di ascoltarmi
Mentre io divento lirico
Poi chiudi
E ritorni alla tua vita folgorante
E io
Nel mio lentissimo buio
pieno di pagine bianche
Cose che sono successe (vengo da Skopje)
- Questa zona è piena di tipi poco raccomandabili.
- Quale zona?
- Palermo
- Mi ricorda Skopje.
- E chi è?
- È un posto.
- Ma lì di sicuro non ce n’è tipi come Toni Mallo, che chiede il pizzo alla battona di vicolo Marotta. È una che avrebbe l’età di me nanna e si mette l’ombretto rosso per sembrare più giovane, ma l’ombretto è di chiddi scarsi, ha la consistenza di una polverina che quando ci soffi passa via. Lei soldi non ce ne ha mai, se ci passi è sempre lì a sbucciare arance e cipolle, ci si fa un’insalata. Guarda la televisione nel suo stanzone, ma mette la sdraio fuori (è la sdraio quella con i tubolari di plastica, che d’estate se ti ci siedi ti lasciano i segni nelle gambe, ma nella sua alcuni mancano o sono pendenti, se ti ci siedi affossi), la sedia fuori vuol dire che travagghia, è al lavoro, operativa. Ogni tanto ci va qualche vecchio e lei lo fa entrare e chiude la saracinesca dello stanzone. Ma è solo qualcuno che c’è affezionato e si ricorda quando andava a trovarla all’albergo Colombia, perché un tempo se ne stavano tutte nell’albergo, come delle signore, anche se ogni tanto arrivava la polizia e le metteva nel furgone. Ora non busca più niente, che può manciari? Solo un’insalata d’arance. Con l’euro poi non ne parliamo. E questo Toni Mallo ancora che l’atturra, la secca, ma tutta la famiglia è di scassapagghiari: c’ha un fratello arrestato all’Ucciardone e uno morto, che ha fatto un incidente con un vespino rubato e neanche lo stavano inseguendo. Abitano a Danisinni, mia cognata che sta lì me ne racconta di cose. Il padre c’ha ancora una spilla nera, attaccata sempre nella stessa camicia, non se la cambia mai; è sciancato e fa il posteggiatore a piazzetta Sett’angeli; dice che ha conosciuto Pino Marchese e mi sa tanto che suo figlio fa la stessa fine.
- E chi è Pino Marchese?
- Minchia, ma tu non ne sai niente di cose che sono successe, ma da dove vieni?
Vengo poi a sapere che Pino Marchese era un cantante di canzoni napoletane, associato a una famiglia mafiosa. A quanto pare gli capitò di “parlare” troppo. Erano gli inizi degli anni ottanta. Un giorno lo trovarono ucciso in una panchina di Piazza Indipendenza, con i genitali in bocca. Da allora, da quelle parti, fare la fine di Pino Marchese vuol dire fare una brutta fine.
Parola semplice
Una sola parola vorrei dirti
ma mi muore fra le labbra
mi si incàva nei polmoni
recedendo con il fiato,
inconsistente soffio che incamero
per viadotti bronchiali
e si trattiene quello spasmo
che doveva avere luogo,
così, a ritroso, l’impulso torna al cervello,
gelida massa grigia semiliquefatta,
che
irrigidendosi in un impeto nervoso,
quella parola una volta
l’ha pensata.
La lingua che uso
La lingua che uso
per queste poesie a sperdere
non è la tua
e non è neanche la mia,
amore caro
la mia lingua l’ho dimenticata
e adesso ne ho un’altra
che tu non conosci
e sentendomi parlare
non mi capiresti
nella nostra lingua
parlavamo d’amore,
avevamo parole in comune
e usarle ci faceva piacere
ma adesso quella è solo
la tua
lingua
che per me
è la lingua dell’abbandono,
fatta di parole del passato
che gridano nel buio,
e di verbi che mi stringono forte
come filo spinato
quella che parlo ora
anzi balbetto
è una nuova lingua
e quella vecchia,
quella tua
che prima era anche mia,
non la uso più
questa qui l’ho imparata per strada
sembra inventata da poco
talmente è divertente;
è piena di dolcezza
perché è la lingua del sollievo
è l’idioma di un letto caldo
e di una camicia pulita
la lingua vecchia
non la uso più
preferisco la nuova,
piena di parole di nostalgia
e di verbi del ricordo,
che mi stringono forte
come facevi tu.
Ultima conversazione
Ti ho detto tutto quello che non volevo dirti,
mi hai risposto soltanto con parole che non volevo sentire.
Dimmi quale è il segreto nel tuo cassetto:
io ti aprirò un baule.
Per il resto non ho paura di niente,
solo di rimanere inchiodato al tuo sguardo
e seccare al sole.