poesie dal profondo
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Mi hai legato con lacci piccoli
Mi hai legato con lacci piccoli, innocui a prima vista. Mi hai fatto sentire libero quando già ti ero schiavo. Mi hai sussurrato una frase magica ed è diventata un incantesimo. Mi hai sottratto il tempo, gli amici, il denaro. Non mi hai detto mai di “no” e non mi hai detto mai di “si”. Mi hai chiesto “se parto, seguimi”, ma poi mi hai fatto andare da solo. Da qualche parte, in una lingua che ho dovuto imparare per te, c’era scritto che sei il mio destino, che non potevo rifiutarti niente, che solo la follia mi poteva tenere separato da te; anche che se fu ugualmente follia seguire quell’invito diabolico. Adesso mi rimane un pugno di sabbia che scorre tra le dita, la rabbia gridata in un sacchetto, e il vortice delle paranoie che mi riporta indietro a quel preciso instante in cui mi hai guardato negli occhi e hai detto "silenzio", con un dito. Avevo promesso di non scrivere mai niente su di te e con questa prosa merdosa rompo la promessa. Che io sia dannato.
Rap
A Piazza Marina gira uno con gli occhi spiritati, le guance rosse, ben rasato, con una giacca a quadri consunta e una camicia di flanella a quadri attaccata fino all’ultimo bottone, anche se ci sono trenta gradi, e non è mai sudato. Qualunque cosa tu stia facendo lui si avvicina e ti comincia a parlare a scatti, ma senza sosta, come fosse un rap.
Io non sono un uomo deliquente/ malfamato/ non ho fatto niente/ soltanto del bene/ e sono stato carcerato/ condannato/ disgraziato/ mi hanno fatto uscire/ ero innocente/ mondocane/ ma questa è giustizia/ dico io/ sono stato artificiere/ soldato/ nell’esercito/ poi congedato/ congedo illimitato/ tu mi vedi/ come sono/ una persona perbene/ non sono un santo/ ma non sono pazzo/ sono sposato/ maritato/ mia moglie/ brava donna/ tiene la casa/ la pulisce/ non è stata mai schedata/ non è di quelle di strada/ è mezza diplomata/ una gran signora/ ora è in cucina/ a cucinare/ mi aspetta/ abbiamo un figlio malato/ in ospitale/ (ha stato)/ c’ha la febbre/ che era stato al convitto/ per studiare/ chiuso là/ ed ora è studiato/ ma è malato/ è a letto/ e se lo chiedo/ e perché ne ho bisogno/ che ti pare che sono deliquente?/ non è che avresti dei soldi/ perché devo compragli il latte/…/ma me ne servono assai...
Convincimento
(Micro-piéce. Una strada, un vecchio e un giovane. Inizia il giovane)
Quattro chili di patate
C’ha manciari una settimana
Ma anche io ho il mio orgoglio,
non mi ci metto a rubare vespini
megghiu crepari sazio, figlio mio
e poi non ho l’abilità, la furberia
E' questione di convincimento, pure un cugghiuni lo sa rùmpiri un vetro
e come si fa?
Si fa così. Si prende un mattone, anzi
un pietrone, un balatuni, si copre con
uno straccio, come quello che Zizza
ci lava le scale, lo straccio te lo tieni in tasca,
e deve essere asciutto. Ci lasci sono un angolo
fuori al mattone e quello fa il vetro in mille pezzi, con poco rumore.
Se suona l’allarme ci scippi la centralina,
il bloccasterzo: col piede di porco (te lo sei caricato in una sporta),
facendo leva sulla parte alta del cruscotto.
Per accendere ti porti la chiave passepartout
Tiè! Chista cca.
(Il vecchio gli alluga una chiave)
E poi, che ci faccio con la macchina, dove la porto?
La porti a me, figlio mio. Te la levo io dalle mani.
Lei? Se la prenderebbe? Una macchina rubata?
Un sacrificio, per aiutarti. E ti do cento euri.
Accussì picca?
Facciamo centocinquanta. E mi rovino.
Mi ci viene una camicia nuova.
E la panza piena...
E questi quattro chili di patate?
Ormai che l’hai comprati, dalli a me e
tieni ‘sto ferro invece e stu balatuni.
(Il vecchio dà al giovane una pacca sulle spalle. Il giovane se ne va. Il vecchio raccoglie la saliva e sputa per terra)