poesie dal profondo
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Morte all’ipermercato
L’ipermercato è un cimitero
C’est là que je veux crever
Sarebbe una morte eclatante!
Ucciso da un’arma da fuoco
Tra i ripiani di assorbenti in offerta
A bocconi in mezzo alle confezioni famiglia maxi-risparmio
Tra lo struscio metallico di carrelli che cozzano l’uno contro l’altro, in panico
Tra lo sgomento di cassiere impettite
Tra acquirenti mummificati
Tra commessi che si chiederebbero chi sistemerà gli scaffali divelti;
davanti al manager che, slacciandosi la cravatta, direbbe: “porcazzozza”.
E le indagini appurerebbero che ero un tipo sospetto
Innanzitutto: immigrato
(la cronaca: “Cadavere di uno slavo da Auchan: la polizia brancola nel buio”)
poi si saprebbe subito che non avevo un mutuo,
che non ho mai immatricolato un’auto,
che non ho pensioni, indennità, sinecure,
solo un modesto conto in banca
che lascerò intestato a te;
(ti vedresti piovere un gruzzolo dal cielo
recapitato con la lettera di un notaio
nelle fangose vie di Šuto Orizari)
Poi chiuderebbero il caso
Pronti per l’apertura del sabato mattina
Il clamore si spegnerenne tra i computi di casse
Che fagocitano ziliardi di euro
E, per sempre, io, freddo, nella tomba
Con un buco rosso nel cuore
e in tasca, nel mio funebre vestito,
quella maledetta carta punti
che non riuscivo mai a completare.
Gagan
Gagan,
carissimo,
so quello che hai passato:
a sette anni hai visto tuo padre
picchiato con il legno nero
dagli sbirri
in quel merdacazzo di Belgio;
a nove anni
hai sentito tuo zio
in camera, la notte,
stuprare tua sorella,
o forse non era neanche tua sorella.
A dodici
un uomo è morto davanti a te;
aveva sgarrato con i pusher
di Piazza Garraffello,
dove tu firriavi tutto il giorno
con una bicicross rubata.
Ti ricordi?
Ora hai quindici anni,
Gagan,
sei carissimo,
però
quel portafogli,
che hai rubato con la sgriciata,
nella folla di via S. Agostino,
era mio.
Tutto è cambiato (o forse no)
Di mattina mi alzavo presto. Andavo con Zu Lillo e suo nipote, stretti in tre sul sedile davanti della Lapa. Era inverno. Ci riscaldavamo passandoci una sigaretta, mentre in cielo smetteva la notte. Facevamo i traslochi per quelli che volevano spendere poco. Ci caricavamo gli armadi per undici piani di scale e facevamo più presto dei montacarichi tischi-toschi. Quelli, diceva Zu Lillo, ogni tanto si grippano. Lavoravamo duro. Parlavamo poco, perché nessuno c’aveva niente da dire. Zu Lillo era stato in prigione e gli avevano insegnato così. Ci pagavano cash. Sempre di più di quello che era stabilito, perché eravamo veloci; forti come leoni. Il compenso veniva diviso equamente: metà Zu Lillo, l’altra metà io e il nipote. Era equo, perché io ero immigrato. Questo naturalmente fu molto prima che mi facessero sucare i babbaluci alla Kalsa, quando fui battezzato Palermitano, versione minore dell’italiano. È strano comunque che mi venga in mente ora quel periodo di solitudine. Tutto è cambiato. Adesso per prendere il cash devo cercare un bancomat. Ma la solitudine ogni tanto torna e mi fa sentire il freddo dell’inverno nero; mi spezza la schiena come il carico di un armadio; mi lascia a terra, morto.
Lettera ad Hari
Amico Hari, vieni a Palermo.
Qui ci sono:
Impiegati regionali provinciali comunali stipendiati garantiti parassiti; disoccupati mezzi occupati, mezzi assistiti; posteggiatori abusivi; ambulanti scassacugghiuna; mafiosi noti e ignoti; grandi professionisti incompetenti della legge della medicina della cultura; imprenditori senza idee; magistrati distratti; giornalisti analfabeti; artisti plagiari; studenti apatici; giovani delusi; famiglie ipocrite; preti pagani; tifosi traditi; politici collusi; eroi morti.
Bella gente.
Tu sei solo povero, amico Hari.
Ci sarà posto anche per te.