poesie dal profondo
visitato *loading* volte
Pietro S. fu contento quanto lo presero per l’apprendistato. Gli dissero: il tuo compito – perora – è compilare necrologi. Tutte i grandi giornalisti iniziano con la gavetta. Non rifiutò.
Pietro era bravo. Aveva il dono della sintesi. In quatto righe raccontava una vita. Il suo segreto: misurava gli aggettivi. Se i parenti dei defunti parlavano di “straziante dolore”, lui scriveva “intenso sconforto”; se gli dicevano “vuoto incolmabile”, lui traduceva “sentita mancanza”.
Alla fine tutti erano contenti. Anche il direttore, che gli aumentò lo stipendio, e gli disse: sei irrimpiazzabile, come scrivi dei morti tu, nessuno.
Passarono trent’anni. Pietro S. non diventò mai giornalista, o forse in un certo senso lo è sempre stato. Comunque ora è morto. Sul giornale ha lasciato un riquadro bianco: l’unico necrologio che non ha mai voluto scrivere è stato il suo.L'uomo che voleva uccidere Berlusconi
La sera, fino a notte fonda, P. girava con la Lapa a tre ruote a raccogliere cartoni e ferrovecchi. Faceva il giro dei furgoni compattatori, ma li precedeva; prima che loro arrivassero lui si caricava la roba e quando diventava tanta la legava di sghimbescio che ad ogni staffa tutto sobbalzava e sembrava crollare come un castello di carte. All’alba la portava da Mimmo a Borgo Nuovo, che gli faceva un prezzo onesto, poi tornava a casa e mentre si coricava si svegliavano i suoi figli.
P. era sovrappeso e per entrare nella lapa aveva scardinato gli sportellini, così riusciva a tenere una coscia fuori. Nell’angolo del vetro, a bloccare la visuale, teneva un adesivo di Forza Italia, con i colori ingialliti, e uno di Padre Pio. D’estate se la passava male perché non c’erano tanti ferri, ché la gente è in vacanza. D’inverno se la passava pure male, perché con la pioggia trovava i cartoni ammolliti, che non gli servivano a niente e poi gli entrava l’acqua dentro, di lato, nella Lapa, ogni volta che pioveva e tirava il vento.
In rari momenti, girando di notte, la città era quieta e bella, e lui sognava d’incontrare una femmina bona come quella dei cartelloni pubblicitari e farsela aggratis. Altre volte gli prendeva lo sconforto e borbottava: “ddu curnutu di Berlusconi, l’ammazzassi”.
Il portiere di notte
Conoscevo uno che era portiere di notte. Per lui la notte era giorno e il giorno, era pure giorno. Dormiva poco e male. Mangiava di fretta, alle tre del mattino, e con gran sensi di colpa.
Aveva allucinazioni talvolta, che gli causavano grandi difficoltà. In solitudine faceva piani molto ambiziosi per il proprio futuro, al limite del delirio, ma al mattino sembravano ridicoli. Salutava tutti i clienti con rispetto, ma essi non si ricordavano mai la sua faccia. Per passare il tempo si collegava a una chat di altri portieri di notte: una compagnia monotona, purtroppo.
Una notte credette che l’albergo fosse popolato da vampiri. Aveva paura per la sua incolumità, ma si fece coraggio. Entrò in tutte le camere dei clienti. Si servì del passepartout, in dotazione. Li fece fuori tutti, trafiggendoli nel cuore. Recuperò una certa tranquillità, ma perse il lavoro.
Adesso è in una casa di matti. La notte dorme come un sasso. Il giorno ha cattivi pensieri. Crede di impazzire lì dentro. Non si sa quanto ci starà. Vorrebbe uscire fuori, e avere un lavoro normale.
Tutto è cambiato (o forse no)
Di mattina mi alzavo presto. Andavo con Zu Lillo e suo nipote, stretti in tre sul sedile davanti della Lapa. Era inverno. Ci riscaldavamo passandoci una sigaretta, mentre in cielo smetteva la notte. Facevamo i traslochi per quelli che volevano spendere poco. Ci caricavamo gli armadi per undici piani di scale e facevamo più presto dei montacarichi tischi-toschi. Quelli, diceva Zu Lillo, ogni tanto si grippano. Lavoravamo duro. Parlavamo poco, perché nessuno c’aveva niente da dire. Zu Lillo era stato in prigione e gli avevano insegnato così. Ci pagavano cash. Sempre di più di quello che era stabilito, perché eravamo veloci; forti come leoni. Il compenso veniva diviso equamente: metà Zu Lillo, l’altra metà io e il nipote. Era equo, perché io ero immigrato. Questo naturalmente fu molto prima che mi facessero sucare i babbaluci alla Kalsa, quando fui battezzato Palermitano, versione minore dell’italiano. È strano comunque che mi venga in mente ora quel periodo di solitudine. Tutto è cambiato. Adesso per prendere il cash devo cercare un bancomat. Ma la solitudine ogni tanto torna e mi fa sentire il freddo dell’inverno nero; mi spezza la schiena come il carico di un armadio; mi lascia a terra, morto.
Lettera ad Hari
Amico Hari, vieni a Palermo.
Qui ci sono:
Impiegati regionali provinciali comunali stipendiati garantiti parassiti; disoccupati mezzi occupati, mezzi assistiti; posteggiatori abusivi; ambulanti scassacugghiuna; mafiosi noti e ignoti; grandi professionisti incompetenti della legge della medicina della cultura; imprenditori senza idee; magistrati distratti; giornalisti analfabeti; artisti plagiari; studenti apatici; giovani delusi; famiglie ipocrite; preti pagani; tifosi traditi; politici collusi; eroi morti.
Bella gente.
Tu sei solo povero, amico Hari.
Ci sarà posto anche per te.