poesie dal profondo
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L'uomo che voleva uccidere Berlusconi
La sera, fino a notte fonda, P. girava con la Lapa a tre ruote a raccogliere cartoni e ferrovecchi. Faceva il giro dei furgoni compattatori, ma li precedeva; prima che loro arrivassero lui si caricava la roba e quando diventava tanta la legava di sghimbescio che ad ogni staffa tutto sobbalzava e sembrava crollare come un castello di carte. All’alba la portava da Mimmo a Borgo Nuovo, che gli faceva un prezzo onesto, poi tornava a casa e mentre si coricava si svegliavano i suoi figli.
P. era sovrappeso e per entrare nella lapa aveva scardinato gli sportellini, così riusciva a tenere una coscia fuori. Nell’angolo del vetro, a bloccare la visuale, teneva un adesivo di Forza Italia, con i colori ingialliti, e uno di Padre Pio. D’estate se la passava male perché non c’erano tanti ferri, ché la gente è in vacanza. D’inverno se la passava pure male, perché con la pioggia trovava i cartoni ammolliti, che non gli servivano a niente e poi gli entrava l’acqua dentro, di lato, nella Lapa, ogni volta che pioveva e tirava il vento.
In rari momenti, girando di notte, la città era quieta e bella, e lui sognava d’incontrare una femmina bona come quella dei cartelloni pubblicitari e farsela aggratis. Altre volte gli prendeva lo sconforto e borbottava: “ddu curnutu di Berlusconi, l’ammazzassi”.
Cose che sono successe (vengo da Skopje)
- Questa zona è piena di tipi poco raccomandabili.
- Quale zona?
- Palermo
- Mi ricorda Skopje.
- E chi è?
- È un posto.
- Ma lì di sicuro non ce n’è tipi come Toni Mallo, che chiede il pizzo alla battona di vicolo Marotta. È una che avrebbe l’età di me nanna e si mette l’ombretto rosso per sembrare più giovane, ma l’ombretto è di chiddi scarsi, ha la consistenza di una polverina che quando ci soffi passa via. Lei soldi non ce ne ha mai, se ci passi è sempre lì a sbucciare arance e cipolle, ci si fa un’insalata. Guarda la televisione nel suo stanzone, ma mette la sdraio fuori (è la sdraio quella con i tubolari di plastica, che d’estate se ti ci siedi ti lasciano i segni nelle gambe, ma nella sua alcuni mancano o sono pendenti, se ti ci siedi affossi), la sedia fuori vuol dire che travagghia, è al lavoro, operativa. Ogni tanto ci va qualche vecchio e lei lo fa entrare e chiude la saracinesca dello stanzone. Ma è solo qualcuno che c’è affezionato e si ricorda quando andava a trovarla all’albergo Colombia, perché un tempo se ne stavano tutte nell’albergo, come delle signore, anche se ogni tanto arrivava la polizia e le metteva nel furgone. Ora non busca più niente, che può manciari? Solo un’insalata d’arance. Con l’euro poi non ne parliamo. E questo Toni Mallo ancora che l’atturra, la secca, ma tutta la famiglia è di scassapagghiari: c’ha un fratello arrestato all’Ucciardone e uno morto, che ha fatto un incidente con un vespino rubato e neanche lo stavano inseguendo. Abitano a Danisinni, mia cognata che sta lì me ne racconta di cose. Il padre c’ha ancora una spilla nera, attaccata sempre nella stessa camicia, non se la cambia mai; è sciancato e fa il posteggiatore a piazzetta Sett’angeli; dice che ha conosciuto Pino Marchese e mi sa tanto che suo figlio fa la stessa fine.
- E chi è Pino Marchese?
- Minchia, ma tu non ne sai niente di cose che sono successe, ma da dove vieni?
Vengo poi a sapere che Pino Marchese era un cantante di canzoni napoletane, associato a una famiglia mafiosa. A quanto pare gli capitò di “parlare” troppo. Erano gli inizi degli anni ottanta. Un giorno lo trovarono ucciso in una panchina di Piazza Indipendenza, con i genitali in bocca. Da allora, da quelle parti, fare la fine di Pino Marchese vuol dire fare una brutta fine.
Gagan
Gagan,
carissimo,
so quello che hai passato:
a sette anni hai visto tuo padre
picchiato con il legno nero
dagli sbirri
in quel merdacazzo di Belgio;
a nove anni
hai sentito tuo zio
in camera, la notte,
stuprare tua sorella,
o forse non era neanche tua sorella.
A dodici
un uomo è morto davanti a te;
aveva sgarrato con i pusher
di Piazza Garraffello,
dove tu firriavi tutto il giorno
con una bicicross rubata.
Ti ricordi?
Ora hai quindici anni,
Gagan,
sei carissimo,
però
quel portafogli,
che hai rubato con la sgriciata,
nella folla di via S. Agostino,
era mio.
Convincimento
(Micro-piéce. Una strada, un vecchio e un giovane. Inizia il giovane)
Quattro chili di patate
C’ha manciari una settimana
Ma anche io ho il mio orgoglio,
non mi ci metto a rubare vespini
megghiu crepari sazio, figlio mio
e poi non ho l’abilità, la furberia
E' questione di convincimento, pure un cugghiuni lo sa rùmpiri un vetro
e come si fa?
Si fa così. Si prende un mattone, anzi
un pietrone, un balatuni, si copre con
uno straccio, come quello che Zizza
ci lava le scale, lo straccio te lo tieni in tasca,
e deve essere asciutto. Ci lasci sono un angolo
fuori al mattone e quello fa il vetro in mille pezzi, con poco rumore.
Se suona l’allarme ci scippi la centralina,
il bloccasterzo: col piede di porco (te lo sei caricato in una sporta),
facendo leva sulla parte alta del cruscotto.
Per accendere ti porti la chiave passepartout
Tiè! Chista cca.
(Il vecchio gli alluga una chiave)
E poi, che ci faccio con la macchina, dove la porto?
La porti a me, figlio mio. Te la levo io dalle mani.
Lei? Se la prenderebbe? Una macchina rubata?
Un sacrificio, per aiutarti. E ti do cento euri.
Accussì picca?
Facciamo centocinquanta. E mi rovino.
Mi ci viene una camicia nuova.
E la panza piena...
E questi quattro chili di patate?
Ormai che l’hai comprati, dalli a me e
tieni ‘sto ferro invece e stu balatuni.
(Il vecchio dà al giovane una pacca sulle spalle. Il giovane se ne va. Il vecchio raccoglie la saliva e sputa per terra)
Lettera ad Hari
Amico Hari, vieni a Palermo.
Qui ci sono:
Impiegati regionali provinciali comunali stipendiati garantiti parassiti; disoccupati mezzi occupati, mezzi assistiti; posteggiatori abusivi; ambulanti scassacugghiuna; mafiosi noti e ignoti; grandi professionisti incompetenti della legge della medicina della cultura; imprenditori senza idee; magistrati distratti; giornalisti analfabeti; artisti plagiari; studenti apatici; giovani delusi; famiglie ipocrite; preti pagani; tifosi traditi; politici collusi; eroi morti.
Bella gente.
Tu sei solo povero, amico Hari.
Ci sarà posto anche per te.
Il vangelo secondo Skordovic (abitante della Kalsa)
Beati i poveri di spirito.
Essi abitano qui, alla Kalsa
quartiere di Palermo
Sicilia, Italia, Mondo
Beati i miserabili, i malacarne, i derelitti
che stanno qui alla Kalsa.
Girano con motorini rubati
Sucano babbaluci e schiacciano semenza
Al passaggio ti guardano male:
“a tagliarti la faccia”.
Beati quella che hanno fame di frittola e musso
E sete di birra Forst
Abitano alla Kalsa da quando sono nati
Siedono sui gradini di S. Teresa tutta la giornata
Proteggono le loro mogli-bambine incinte
Se ci capita un lavoro lo fanno, sennò no.
Beate le meretrici, perché troveranno i loro clienti
la sera sui marciapiedi di via Lincoln
o di giorno tra i cespugli della Favorita.
Sono le stesse. Le trasporta, ogni pomeriggio, il magnaccia con il lapino.
Beati i mafiosi della Kalsa
Che girano con le macchine coi vetri fumé
E le fanno sgommare
Che si mettono a parlare in piazza
E tutti si mettono in cerchio ad ascoltare .
Che c’hanno le fidanzate procaci
Le vestono firmate e le tengono come trofei.
Beati loro, putredine della terra, perché hanno quello che gli altri non hanno.
Beati i bambini della Kalsa
Che giocano a pallone a Piazza Magione
Che rompono i finestrini delle auto
per fare vedere che lo possono fare
Che si tirano le pietre
Che diventeranno miserabili, derelitti,
malacarne, mafiosi, magnaccia, disoccupati,
padri-bambini, succiatori di babbaluci.
Talvolta mentendo, talvolta dicendo la verità
Diranno ogni sorta di male contro di loro
E li perseguiteranno, li affliggeranno.
Beati loro che non avranno nessuna ricompensa,
nessun regno dei cieli, nessun inferno
La loro vita andrà così, e basta.