poesie dal profondo
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Parola semplice
Una sola parola vorrei dirti
ma mi muore fra le labbra
mi si incàva nei polmoni
recedendo con il fiato,
inconsistente soffio che incamero
per viadotti bronchiali
e si trattiene quello spasmo
che doveva avere luogo,
così, a ritroso, l’impulso torna al cervello,
gelida massa grigia semiliquefatta,
che
irrigidendosi in un impeto nervoso,
quella parola una volta
l’ha pensata.
La lingua che uso
La lingua che uso
per queste poesie a sperdere
non è la tua
e non è neanche la mia,
amore caro
la mia lingua l’ho dimenticata
e adesso ne ho un’altra
che tu non conosci
e sentendomi parlare
non mi capiresti
nella nostra lingua
parlavamo d’amore,
avevamo parole in comune
e usarle ci faceva piacere
ma adesso quella è solo
la tua
lingua
che per me
è la lingua dell’abbandono,
fatta di parole del passato
che gridano nel buio,
e di verbi che mi stringono forte
come filo spinato
quella che parlo ora
anzi balbetto
è una nuova lingua
e quella vecchia,
quella tua
che prima era anche mia,
non la uso più
questa qui l’ho imparata per strada
sembra inventata da poco
talmente è divertente;
è piena di dolcezza
perché è la lingua del sollievo
è l’idioma di un letto caldo
e di una camicia pulita
la lingua vecchia
non la uso più
preferisco la nuova,
piena di parole di nostalgia
e di verbi del ricordo,
che mi stringono forte
come facevi tu.
Manifesto dello spoeta
Tutti i poeti nascono per fare altri mestieri
e alcuni ci riescono.
Fanno la scuola per ragionieri;
vanno a bottega da barbieri;
praticano da avvocati
vendono kebab
e quant’altro.
Diventano poeti per sbaglio.
Per un incidente ridicolo
per un sassolino che sentono nella scarpa
per un bicchiere di vino a stomaco vuoto
per la sensualità di una donna
(soprattutto per quest’ultima).
Poi cominciano a essere TESTIMONI
di eventi insignificanti
che loro credono
poetici:
un uomo grasso squittisce con uno starnuto;
una vecchia puttana gioca a Tetris sul telefonino;
un uomo di cent’anni racconta al bar la sua giovinezza;
un cane passeggia con la stessa smorfia del suo padrone;
la sera che cala e resta una bella luce
sulla quale si stagliano le ombre lunghe dei passanti.
Queste immagini così povere e fragili
nelle loro menti tormentate
diventano raptus di bellezza
che essi incastrano in gabbie di parole,
anzi di versi,
per ammirarle per sempre
e mostrarle agli amici.
Insomma a scrivere poesie
non ci vuole niente,
solo un po’ di buon umore.
Ma alcuni non sanno fare neanche quello
e nonostante le raccomandazioni degli amici
abbandonano il loro mestiere
e s’improvvisano spoeti.
Ultima conversazione
Ti ho detto tutto quello che non volevo dirti,
mi hai risposto soltanto con parole che non volevo sentire.
Dimmi quale è il segreto nel tuo cassetto:
io ti aprirò un baule.
Per il resto non ho paura di niente,
solo di rimanere inchiodato al tuo sguardo
e seccare al sole.
Convincimento
(Micro-piéce. Una strada, un vecchio e un giovane. Inizia il giovane)
Quattro chili di patate
C’ha manciari una settimana
Ma anche io ho il mio orgoglio,
non mi ci metto a rubare vespini
megghiu crepari sazio, figlio mio
e poi non ho l’abilità, la furberia
E' questione di convincimento, pure un cugghiuni lo sa rùmpiri un vetro
e come si fa?
Si fa così. Si prende un mattone, anzi
un pietrone, un balatuni, si copre con
uno straccio, come quello che Zizza
ci lava le scale, lo straccio te lo tieni in tasca,
e deve essere asciutto. Ci lasci sono un angolo
fuori al mattone e quello fa il vetro in mille pezzi, con poco rumore.
Se suona l’allarme ci scippi la centralina,
il bloccasterzo: col piede di porco (te lo sei caricato in una sporta),
facendo leva sulla parte alta del cruscotto.
Per accendere ti porti la chiave passepartout
Tiè! Chista cca.
(Il vecchio gli alluga una chiave)
E poi, che ci faccio con la macchina, dove la porto?
La porti a me, figlio mio. Te la levo io dalle mani.
Lei? Se la prenderebbe? Una macchina rubata?
Un sacrificio, per aiutarti. E ti do cento euri.
Accussì picca?
Facciamo centocinquanta. E mi rovino.
Mi ci viene una camicia nuova.
E la panza piena...
E questi quattro chili di patate?
Ormai che l’hai comprati, dalli a me e
tieni ‘sto ferro invece e stu balatuni.
(Il vecchio dà al giovane una pacca sulle spalle. Il giovane se ne va. Il vecchio raccoglie la saliva e sputa per terra)
Innamorato terminale
L’aveva incontrata e rifiutato di dimenticarla.
Ora era troppo tardi,
l’amore gli aveva fatto cancrena.